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Perché il Mito?

Pubblicato da in Pittura - Miti ·
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Perché il Mito?
a cura di Enrica Giannelli, psicoanalista.

Una domanda si affaccia spontanea mentre si osserva e si medita in silenzio davanti ai quadri di Stefano Carlo  Vecoli. il Mito…perché?
Come mai questo nucleo antico  ed essenziale fa capolino e riappare dalle pieghe della memoria, della sua memoria di artista e della nostra che dalla sua arte ci lasciamo fecondare?
Quali sono le consonanze che aprono la nostra sensibilità di uomini e donne  della contemporaneità alle presenze dense e ammalianti che si riaffacciano da epoche lontane, e ci accompagnano  in epoche troppo vissute?
La nostra vita che sembra così effimera, così colonizzata dalla velocità e dal consumo si ritrova a fare i conti con immagini fantastiche che ritornano da quel mondo “incantato” che ancora conserva intatto la potenza delle sue origini, che è ancora capace di  condurci  nella nostra profondità, seducendoci come anime e in  definitiva consentendoci di riconoscerci come Essenze.
Verelina, un po' venere e un po' Velina, la creatura mitica che scaturisce dall’immaginario dell’artista, ci accompagna mentre passeggiamo fra il contemplativo e il meditante, osservando il Nostro mare, la Nostra pineta o mentre respiriamo la salsedine sulla banchisa in fondo al molo di Viareggio.
Lei, Verelina , presenza  mammaria,  si confonde nel nostro sguardo,  testimone di una sensualità che resiste al logorio del tempo, e si mostra sotto un  alone burlesco, come testimonianza del principio antico e creativo della vita.
Ed è proprio il principio antico e originario creatore della vitalità che si celebra nei quadri di Vecoli. Un principio che emerge come un Arlecchino bambino, in incognito, che appare come presenza ricorrente nella figura di un folletto sicuramente impertinente che si burla e si incanta difronte alla troppa serietà della vita, che cerca di sdrammatizzare la seriosità di chi si crede troppo importante.
E’ la meraviglia dell’universalità del linguaggio del mito che svelandosi sugli scenari dipinti, trasporta una memoria ancestrale. Una memoria che sa profondamente qual è la magia che libera la vita e che omaggia la presenza di Pan.
E’ proprio il folletto panico che è costantemente presente e che è il testimone dello svolgersi della vita e delle sue vicende.
Il folletto panico è osservatore e denotatore penetrante, creativo e costantemente innovativo, non si arrende al già dato, al già detto ma con impudicizia è pronto a cogliere il paradosso creativo,  libero da ogni padrone.
Nelle conversazioni con Vecoli emerge spesso questo sguardo panico, questo sguardo che si smaschera e nei quadri si osserva costante il passaggio di questo ospite che  tradisce la sua presenza in piccoli ma fondamentali dettagli di senso.
Il senso, la presenza di ciò che un piccolo dettaglio porta con sé, la traccia e il mistero di un universale, antico accesso alla conoscenza, tipico di un mondo umano che per conoscere la vita concepiva il mito come scienza.
Oggi davanti alla rivisitazione del Mito attualizzata e fantasticata nelle opere di Vecoli  scopro con complicità la radice empatica che attrae il mio sguardo, una radice di empatia che si specchia e si rispecchia nell’universo del folletto impertinente , un po’ beffardo e burlone,  che divertendoci ci pungola a meditare.

Enrica Giannelli, psicoanalista. Viareggio 2014.






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